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Amato dal pubblico, temuto dal governo cinese: stiamo parlando di quel tipo di film che non lascia nessuno indifferente – né spettatori, né potenti di turno. Scoprite il caso curioso (e un po’ surreale) di un capolavoro del cinema mondiale che, oggi, fa discutere più che mai.
Il fenomeno “Le ali della libertà”: trionfo popolare e censura improvvisa
“Le ali della libertà” (“The Shawshank Redemption”), diretto da Frank Darabont e tratto dal racconto di Stephen King, non ha semplicemente conquistato il cuore del pubblico: lo ha ipotecato a vita! Con uno strabiliante punteggio di 4,5 su 5, il film viene spesso citato tra i migliori mai realizzati e gode ormai di una vera comunità di affezionati che lo seguono come se fosse una religione laica.
La storia di resilienza, coraggio e amicizia tra due detenuti, interpretati da Tim Robbins e Morgan Freeman, ha varcato i confini delle sale cinematografiche fino a diventare, negli anni, un pilastro della cultura pop mondiale. Ma anche gli eroi affrontano avversità: nel 2012, questa pellicola universalmente amata si è trovata a essere completamente bandita in Cina. E non per motivazioni artistiche, attenzione! Ma per motivi strettamente politici e diplomatici.
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Cina e censura: l’incubo di ogni sceneggiatore creativo
Che la censura sia onnipresente in Cina non è di certo una novità. Qui nessun ambito culturale trova scampo, e il cinema è il primo nella lista dei sorvegliati speciali. I criteri? Spesso sorprendenti, talvolta surreali:
- Vietate storie di fantasmi, spiriti o non-morti.
- Omofobia istituzionalizzata: ogni rappresentazione dell’omosessualità viene accuratamente evitata.
- Addio anche a tutto ciò che ha a che fare con “pseudoscienze” o che sfida le leggi della fisica.
Insomma, se siete fan di “Ritorno al futuro”, sappiate che in Cina Marty McFly non avrebbe mai parcheggiato la sua DeLorean in sala.
Una fuga reale scatena la tempesta politica
Ma cosa ha spinto la Cina, nel 2012, a estirpare “Le ali della libertà” da motori di ricerca e schermi? Un evento tanto spettacolare quanto reale: la fuga di Chen Guangcheng, avvocato cieco e attivista per i diritti umani, sottoposto a domicilio coatto nel villaggio di Dongshigu.
Dopo anni di persecuzioni e prigionia, Chen riuscì a scappare nel cuore della notte trovando asilo nell’ambasciata americana a Pechino. Da qui, la crisi diplomatica tra Pechino e Washington esplose come un popcorn dimenticato nel microonde. Sui social e nei media internazionali la parallelo con “Le ali della libertà” fu immediato, tanto che qualcuno parlò di “The Dongshigu Redemption”. Vedere un dissidente paragonato a un eroe del cinema in cerca di libertà? Per le autorità cinesi, una coincidenza decisamente indigesta.
- Risultato: il film venne rimosso dai motori di ricerca.
- Diventò temporaneamente invisibile ai cittadini cinesi.
Un’eco ancora più forte oltre le barriere
Ironia della sorte, questa censura potrebbe aver rafforzato la fama globale del film. Tim Robbins, in un’intervista del 2014, ha raccontato quanto la pellicola abbia cambiato la vita di molte persone nel mondo. E c’è di più: lo stesso Nelson Mandela, in una chiacchierata informale con l’attore, ha confidato di essersi sentito profondamente ispirato proprio da “Le ali della libertà”. Se non è questo il potere del cinema, cos’è?
Oggi, malgrado i malumori di alcuni governi (e le allergie di certi censori), il film continua ad emozionare milioni di spettatori, saltando agilmente frontiere e dogane ideologiche.
Morale della favola? Quando una storia tocca le corde profonde dell’umanità, nessun muro, per quanto alto, può davvero fermarla. Meglio tenerlo a mente, la prossima volta che pensiamo di poter bandire la libertà con un click!












