Data center nello spazio: Blue Origin vuole una costellazione da 50.000 satelliti

Mostra sommario Nascondi sommario

Blue Origin ha depositato il 19 marzo 2026 una richiesta alla FCC per lanciare una vasta rete di satelliti pensata come veri e propri data center in orbita. L’obiettivo è offrire capacità di calcolo per intelligenza artificiale, machine learning e cloud, diminuendo l’impatto energetico dei centri dati terrestri.

Project Sunrise: obiettivi e dimensioni dell’iniziativa

Il piano presentato disegna una costellazione su larga scala. L’azienda parla di una soluzione pensata per esigenze globali di calcolo.

  • Fino a 51.600 satelliti pianificati in orbita terrestre bassa.
  • Altitudini previste tra 500 e 1.800 km.
  • Inclinazioni orbitali orientate verso orbite eliosincrone.

Blue Origin sostiene che la rete servirà a ridurre la latenza e a offrire capacità di calcolo vicino ai dati, invece di trasferirli continuamente verso server a terra.

Configurazione orbitale e aspetti tecnici

La struttura orbitale prevede piani multipli con elevata densità di satelliti per garantire copertura continua. Ogni piano può contenere centinaia o migliaia di unità.

  • Inclinazioni previste tra 97° e 104°.
  • Ogni piano conterrà tra 300 e 1.000 satelliti.

Energia e illuminazione

L’architettura sfrutta condizioni di illuminazione omogenee. Questo massimizza la produzione solare e l’efficienza energetica dei payload di calcolo.

Comunicazioni e rete

Il progetto punta sulle connessioni ottiche inter-satellitari per muovere grandi volumi di dati con bassa latenza. Questi link laser riducono l’uso dello spettro radio.

Blue Origin intende usare anche la costellazione di supporto TeraWave, composta da circa 5.408 satelliti, come backbone per il trasferimento tra nodi orbitali e stazioni a terra.

I satelliti come data center: cosa cambia

Elaborare i dati direttamente nello spazio cambia la logica del flusso informativo. Si inviano meno file a terra e si riducono i tempi di risposta.

  • Minore esigenza di downlink massicci.
  • Riduzione della latenza per applicazioni critiche.
  • Possibilità di servizi dedicati per osservazione della Terra e ricerca.

Un vantaggio concreto riguarda il raffreddamento: i sistemi orbitanti non richiedono grandi consumi d’acqua. Questo porta a una minore pressione sulle reti elettriche terrestri.

Blue Origin sottolinea l’efficienza energetica come punto di forza. Tuttavia, la trasformazione solleva anche nuove domande tecniche e operative.

Chi altro punta sui data center nello spazio

Il settore attira grandi nomi e startup. La corsa ai computing hub orbitali è già molto competitiva.

  • SpaceX: ha proposto una costellazione che potrebbe arrivare a circa un milione di satelliti.
  • Axiom Space e Starcloud: hanno mostrato i primi prototipi e piani commerciali.
  • Progetti italiani: iniziative come ASCEND di Thales Alenia Space e un programma di D‑Orbit con Planetek e Aiko.

Regole, deroghe richieste e rischi orbitale

Nel dossier alla FCC, Blue Origin chiede alcune esenzioni rispetto alle normative vigenti. L’azienda afferma che l’uso ridotto dello spettro radio limiterà le interferenze.

Al contempo emergono preoccupazioni su traffico spaziale e sostenibilità orbitale. L’ingente numero di oggetti aumenterà la complessità della gestione del traffico e del rischio di detriti.

Le autorità e la comunità scientifica dovranno valutare impatti operativi e ambientali. I dibattiti regolatori sono già iniziati e determineranno i prossimi passi.

Dai il tuo feedback

Sii il primo a votare questo post
o lascia una recensione dettagliata



OpenSlime è un media indipendente. Sostienici aggiungendoci ai preferiti di Google News:

Pubblica un commento

Pubblica un commento